Sergio Pellegrino racconta come ha deciso di diventare allenatore di calcio, partendo dall’inizio, da quando studiava Marketing all’Università di Parma e la passione per l’allenamento e gli aspetti tecnici del calcio hanno iniziato a trasformarsi in qualcosa di più.
Qui trovi i capitoli precedenti:
- Come diventare allenatore di calcio: il percorso di Sergio Pellegrino – parte 1
- Ho deciso di diventare allenatore di calcio: il percorso di Sergio Pellegrino parte 2
- Come diventare allenatore di calcio: il piano di Sergio Pellegrino parte 3
Un sogno che nasce tra un mondiale e gli esami all’università

14 giugno del 2014, la prima partita dell’Italia ai mondiali in Brasile contro l’Inghilterra tiene tutti incollati al televisore. Ci siamo anche io e i miei amici, tra cui Antonino (che in seguito diventerà il mio vice), l’atmosfera è carica di tensione, la partita è una di quelle decisive.
Difficile dimenticare quel 2-1 e il goal di Marchisio su schema da calcio d’angolo!
Per mia fortuna, il match si è tenuto di notte, per cui ho avuto l’intera giornata per studiare, a differenza delle partite con Costa Rica e Uruguay giocate nel nostro pomeriggio.
Come ben sapete, uscimmo clamorosamente ai gironi perdendo entrambe le partite.
Quella è stata una grande delusione, non tanto per l’eliminazione in sé ma per la prestazione. Ricordo che scrissi un lunghissimo post su Facebook dove evidenziavo una serie di problematiche inerenti al sistema ma anche all’aspetto del gioco o dell’allenatore e, anche in quel caso, quella domanda di Paolo Greatti mi risuonò in testa “Sei interessato a diventare allenatore di calcio?”.
In quel lungo post riportai pensieri, delusioni, considerazioni, cercando di essere dettagliato e chiaro per i lettori. Risultato? 3 like e nessun commento.
Per vedere il bicchiere mezzo pieno: non avevo più distrazioni e potevo dedicarmi all’esame di diritto commerciale. Primi di luglio, gara secca: Io vs Prof. Magnani. Nessun ritorno, dentro o fuori. Dal 18 in su sarebbe stata in discesa per laurearmi a novembre, sotto al 18 rischio molto elevato di non laurearmi per tempo. L’esame col prof. durava mediamente 15-20 minuti, 25 a stare larghi. Il mio durò 53 minuti. Lo so perché un collega mi cronometrò.
Ricordo perfettamente la conversazione con il Professore:
Prof. Magnani: “Guardi Sergio, io vedo che le cose le sa, ma questo esame non mi è piaciuto, può prendere molto di più. Io più di 20 non posso darle”
Io: “Guardi Prof, la ringrazio per la fiducia ma se lei mi mette 20 e poi firmo a me mancherebbero due materie il che significherebbe laurearmi a Novembre”.
Prof. Magnani: “Allora in bocca al lupo per novembre, metta una firma qui accanto”.
Una delle firme più soddisfacenti che ho fatto in tutta la mia vita.
Diventare allenatore di calcio: la prima lezione
Senza più il pensiero degli esami, ho potuto dedicarmi seriamente al Mondiale, non solo per passione ma anche con occhio tecnico.
L’idea di diventare allenatore di calcio mi affascinava, non solo nella sua funzione prettamente tattica o tecnica di squadra, ma soprattutto per la parte gestionale.
Intanto, Brasile-Germania 1-7 fece la storia del calcio.
L’aspetto che mi colpì maggiormente in quella partità è stato come i tedeschi continuavano ad attaccare il rivale nonostante fossero già avanti di tre o quattro goal di scarto. Volevano annientarli. Ci furono alcune polemiche in merito, in cui si contestava all’allenatore Low la necessità di dover infliggere ancora sui rivali.
Lui rispose che la maggior forma di rispetto verso il rivale è continuare a giocare nel pieno delle proprie possibilità. Se loro avessero abbassato i ritmi e l’intensità di gioco, non avrebbero mostrato rispetto nei confronti del proprio avversario.
Ammirai la risposta del tecnico tedesco, ma anche di tanti altri che la pensavano esattamente come lui.
Quella fu una delle prime “lezioni” che avrebbero definito la mia filosofia come allenatore di calcio.